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Va sempre così: quando si fa una valigia cerchiamo di mettervi dentro solo l’essenziale… in modo tale da chiuderla senza problemi; ma non teniamo mai di conto che, quando torniamo, in quella valigia dobbiamo infilare il doppio delle cose portate via… eppure non abbiamo comprato niente… per contro, abbiamo solo immaginato quanto potesse influire su di noi quel breve viaggio tanto atteso… allora… allora si capisce perché la valigia del ritorno è sempre più piena.

All’inizio c’è molta tensione; la consapevolezza che alcuni movimenti non sono più percepibili come prima rende fragili ed insicuri levaligia informazioni che arrivano dall’esterno. Fare un movimento, un movimento qualsiasi, è e resta la cosa più semplice del mondo, ma la sua origine, dalla decisione all’esecuzione, porta con sé automatismi che fanno dimenticare quanta STRADA c’è da fare tra il “pensare” ed il “muoversi”. A quel punto non si può non capire che anche il piccolo gesto, se perso, influisce inesorabilmente su tutto quanto il sistema… è per questo che diventa più ovvio decidere di mettere in valigia l’essenziale.

Qualcuno dice che, anche solo pensare di fare un movimento, accende qualcosa in quel nostro misterioso cervello… Non mi muovo ma penso, addirittura immagino perfettamente il movimento sentendomi libera di percepire, di sentire ogni singola articolazione, ogni singolo muscolo che risponde al comando di quanto voglio fare… Esiste un risveglio da questo sentire ed immaginare? Sicuramente si… Da lì ad utilizzare strumenti utili affinchè certi movimenti possano essere riprodotti facendoci sentire ancora una volta parte integrante di una realtà che ingloba anche un “apparentemente insignificante” braccio che si muove all’indietro… ecco da lì in poi il passo sarà breve…Non solo: ad una esecuzione corrisponde un ritorno ed una ripetizione… proprio come portare indietro una canna da pesca per poi proiettarne in avanti il filo (la coda) custodito in un mulinello.

Riabilitare significa affidarsi.

Quasi mai si è in grado di riprendere confidenza, da soli, su quanto si è perso come movimento. La parola “deficit” in quanto scomoda e “tristemente” tecnica, non è comunque negativa infatti deficit significa testualmente: “eccedenza del passivo sull’attivo”, il movimento c’è ma non nella sua necessaria espressione fisiologica.

A questo punto diventa importante l’interazione; l’affidarsi a chi, preso atto del deficit, sa accompagnare quel movimento al fine di re-integrarlo. All’inizio, l’interazione con chi si prende in carico del nostro problema, sembra un cammino difficile, quasi una via impraticabile perché, per quanto consapevoli a livello conscio, esiste sempre una parte remota del nostro corpo che “non vuole” accettare il deficit, affidandosi a compensi e strategie del momento.

Una mano diversa, che non è la nostra, e che senza troppi “scrupoli” ci rende visione del problema, a poco a poco diventa parte integrante del nostro schema di movimento, si integra, interagisce, ma soprattutto ci guida (almeno all'inizio) nel sentire nuovamente una parte di ciò che il nostro corpo aveva dimenticato ed “irrispettosamente” sostituito con qualcosa di simile ma innaturale… proprio come un istruttore di pesca a mosca che ci informa e ci fa sentire come ci si muove con una canna con lenza e mulinello.

Quando si arriva ad acquisire quel movimento (almeno in parte), aiutati dalla strumentazione, ecco che arriva il momento del confronto, dello scambio con chi, come noi, persegue quel movimento; il confronto non nasce tanto dal “io l’ho fatto meglio… provo anche io a farlo così” etc.. il confronto nasce dalla necessità di immagazzinare più informazioni possibili, uno scambio “allo specchio” per creare più connessioni possibili per poi parlare, con chi condivide con noi quel percorso, sulle sensazioni, le percezioni avute su quello che viene definito il vissuto.

Riscoprire il movimento, anche se solo in parte recuperato, ma ormai ben definito e presente nello schema corporeo, aggiunge consapevolezza a consapevolezza: è possibile raggiungere lo stesso obiettivo che generalmente si ottiene in automatico, anche percorrendo tappe “infinite” di micromovimenti, quegli stessi micromovimenti che, alla fine, ci aiuteranno a tenere ben salde le mani, senza fare troppa pressione, per prendere un pesce e restituirlo all’acqua,

Tutto questo è, ovviamente, solo il principio di un percorso che diventerà netto solo quando il nostro cervello imparerà nuovamente a farci percepire in un solo movimento tutte le tappe acquisite.

Alla fine, tirando le somme, si cerca anche di spiegare l’esperienza vissuta traducendo in parole quanto fatto, ed è in quel momento che il nostro comunicare si arricchisce nuovamente di gesti. Si sa che “gesticolare parlando” rende la nostra comunicazione ancora più diretta, più viva, più convincente, figuriamoci poterla esprimere con un braccio più leggero.

Il viaggio, o meglio una tappa del viaggio, è finita… è ora di rifare la valigia… ci vorrà più tempo… perché al ritorno la valigia è sempre più piena...

Grazie a Roberta Raffo, fisioterapista specializzata in Linfedema,  per averci autorizzati a pubblicare queste riflessioni, nate dal suo lavoro pre e post "ritiro" con Tania, una delle partecipanti al secondo ritiro di Casting for Recovery Italia.